questioni di un certo rilievo

Paura, esaltazione, contemplazione,  slancio agonistico,  distacco,  piacere panico: da sempre la verticalità delle montagne è stata vissuta dall’uomo come ostacolo e sfida alle sue potenzialità, come metafora esistenziale degli scopi della vita e della fatica per raggiungerli.

Tra tutti i contesti naturali, la montagna è forse quello concepito e rappresentato  in modo più contraddittorio, al tempo stesso ostile ed accogliente. La wilderness della montagna resta una delle alternative più evidenti alle civiltà urbane contemporanee, ed è per questo che viene vissuta spesso come occasione di  fuga e rifugio dai ritmi della quotidianità, riscoperta di tempi lenti e di presente atemporale, luogo privilegiato di valori spirituali eterni come l’essenzialità, la frugalità, la meditazione, il silenzio, l’ascolto.

Eppure questa visione idilliaca, che ha radici nella notte dei tempi, deve fare i conti con la realtà attuale.

metafora esistenziale degli scopi della vita e della fatica per raggiungerli.

I rilievi terrestri sono, nell’era dell’Antropocene, lo scenario di straordinarie trasformazioni che coinvolgono direttamente moltissime comunità umane e naturali, e indirettamente l’intero pianeta.

Non si tratta solo del processo impressionante della diminuzione dell’estensione e del volume dei  ghiacciai, ridottisi negli ultimi 150 anni del 60% (sulle Alpi del 13 % negli ultimi 10 anni), ma di una generale alterazione degli equilibri idrologici che mette a rischio la disponibilità di acqua in pressoché tutti i continenti.

Si tratta anche della crescente instabilità e del dissesto dei versanti, con conseguenze distruttive sulle vite umane, sulle infrastrutture e le attività economiche; della perdita di un eccezionale patrimonio di biodiversità, considerando che ogni valle ed  ogni fascia altimetrica ospita ecosistemi unici e irripetibili; della conseguente perdita di paesaggio, che di tale ricchezza è l’espressione più immediata ed evidente.

La sostenibilità ecologica, sociale e ambientale delle terre alte, in passato percepite  come luogo privilegiato di naturalità integra e incontaminata,  è oggi messa a rischio da rapidi cambiamenti.

sostenibilità ecologica, sociale e ambientale delle terre alte messa a rischio da rapidi cambiamenti.

Il più importante riguarda la dimensione socio-demografica:  mentre molte valli secondarie, meno accessibili, si vanno spopolando e assistono ad un veloce invecchiamento della popolazione, altre, meglio collegate e dotate di maggiori risorse economiche (ad es le province autonome di Trento e Bolzano) resistono più efficacemente all’esodo.

Questo processo è paradossalmente dovuto all’antropizzazione della montagna: quanto più l’evoluzione tecnologica ha reso la montagna accessibile e migliorato la qualità della vita, con vie di comunicazione, impianti di risalita, estensione delle reti energetiche e dei servizi, tanto più il processo di abbandono si è accelerato, avvicinando il mondo montano a quello delle pianure,  favorendone  l’ibridazione, ma anche  la perdita della specificità di stili di vita e modelli culturali elaborati nei millenni.

fenomeni di ritorno, con numerose esperienze di agricoltura ed allevamento a media ed alta quota.

Modelli che tuttavia non hanno smesso di esercitare un fascino potente, tanto che negli ultimi decenni si assiste a fenomeni di ritorno, con esperienze interessanti e coraggiose di rivalorizzazione, ricupero e tutela, come le numerose esperienze di agricoltura ed allevamento a media ed alta quota.

E così accade che chi cerca la felicità tanto sopra al livello del mare torna, o va per la prima volta, a vivere accanto a chi la montagna non l’ha mai abbandonata, per tenacia e attaccamento identitario.

La stessa valorizzazione turistica in chiave di sostenibilità e lentezza, con il tracciamento di sempre nuovi sentieri e cammini, il moltiplicarsi delle aree protette, dei musei specializzati, la difesa e la diffusione della cultura materiale e delle tradizioni alimentari: tutto ciò, seppur limitato a specifici territori e comunità, sembra andare in controtendenza all’abbandono ed al degrado, di cui il turismo montano classico è stato uno degli agenti principali.

tracciamento di sempre nuovi sentieri e cammini, moltiplicarsi di aree protette e di musei specializzati

Le montagne sono infatti state spesso vissute come palestre e parchi gioco a cielo aperto, appiattite sulla funzione ludico-ricreativa dei turisti a scapito di quella insediativa e produttiva dei residenti. 

La fruizione mordi-e-fuggi, il godimento puramente estetizzante del paesaggio, l’eccessiva concentrazione dei flussi e la forte stagionalità, tipica soprattutto degli sport invernali, non hanno permesso una valida diffusione dei benefici e la creazione di stabili posti di lavoro.

Le Alpi ne sono l’esempio più evidente e consolidato,  ma anche l’Himalaya, le Ande, le Montagne rocciose e, le Montagne Sacre della Cina e le Alpi giapponesi stanno diventando, in destinazioni puntuali, luoghi di affollamento turistico e di sovrasfruttamento delle risorse ambientali.

Da quando è diventato Patrimonio UNESCO 10 anni fa, il Monte Fuji è stato preso d’assalto da milioni di visitatori, ma le autorità locali ammettono di non riuscire a far rispettare il tetto massimo stabilito: 4000 escursionisti al giorno.

L’impatto sul turismo sulle Alpi è stato in certi casi devastante.  La perdita di manto forestale,  suolo e  paesaggio si devono soprattutto alla costruzione di seconde case ed ecomostri ricettivi destinati ad essere popolati poche settimane l’anno, ma anche al moltiplicarsi degli assi di comunicazione e degli impianti di risalita, di cui molti – 249 solo sulle Alpi – abbandonati per la scomparsa della neve e la risalita dello zero termico.

Eppure il paesaggio montano, nei  suoi molteplici aspetti estetici, dall’idilliaco al sublime, e nell’incanto permanente dei suoi  motivi  – il bosco, la valle, il villaggio, le acque… – rimane un’esperienza straordinaria, che l’uomo non si stanca mai di descrivere, nella cartografia, nelle arti figurative e nella fotografia, né di narrare,  da alpinista, escursionista, viaggiatore o da semplice abitante dei mondi più vicini al cielo.

Bellezza che purtroppo è spesso scenario di conflitto: nel loro carattere di confini naturali, insieme barriera e cerniera, grazie a valichi e passi, tra comunità contigue, le catene montuose sono state e sono ancor oggi un classico cardine della politica internazionale. Contese tra Stato e Stato, tra entità nazionali e regionali, il loro controllo è sempre stato considerato strategicamente cruciale nelle dinamiche geopolitiche. 

confini naturali, barriera e cerniera, le catene montuose sono state e sono contese tra Stato e Stato, tra entità nazionali e regionali, il loro controllo è sempre strategicamente cruciale nelle dinamiche geopolitiche. 

Luoghi di guerriglia e resistenza, di agguati e appostamenti, di trincee e assedi, dall’Afghanistan al Perù, dai Balcani al Tibet e al Kashmir: la complessità orografica ha spesso generato frammentazione, divisione e conflitti.

Forse, la sfida futura più ardua che le montagne ci pongono oggi non consiste nell’arrampicarle, ma nel ripensarle non più come margini, ostacoli, territori ostili e svantaggiati, ma come luoghi chiave, centrali per la sopravvivenza e la pace future.