Andrea Staid

“Se noi pensiamo alla casa come un organismo vivente possiamo immaginarla come il nostro corpo: negare la possibilità di abitare significa negare l’esistenza”

Abitare uno spazio, nell’accezione antropologica del termine, significa potervi investire desideri, sogni o ricordi, per farne un luogo identificabile e nel quale riconoscersi. Marc Augé ci ricorda che abbiamo bisogno di luoghi e passiamo il tempo a fare luogo nella misura in cui abbiamo bisogno del rapporto e del legame con gli altri. L’uomo è un animale che si nutre di simboli e crea rapporti inscritti nello spazio e nel tempo; ha bisogno di luoghi in cui la sua identità individuale si costruisca attraverso il contatto con gli altri, essendo messo alla prova dagli altri”

La casa vivente unisce antropologia ed esperienza personale, viaggio ed etnografia e ci invita a ripensare il nostro modo di immaginarci nello spazio.

Abitare è una delle principali caratteristiche dell’essere umano e la casa è il luogo umano per eccellenza. Domandare a qualcuno «dove vivi?» vuol dire chiedere notizie sul posto in cui si svolge la sua attività quotidiana, ma soprattutto su quello che dà senso alla sua vita. Servendosi anche di un suggestivo giro del mondo tra le architetture vernacolari, il libro va in cerca del senso profondo dell’abitare.