
di Carlotta Girasa
L’arrivo in una nuova città può essere spiazzante, soprattutto se la cultura locale non è affine a quella del paese da cui si proviene. In questa intervista l’antropologo Marco Traversari, anticipando alcuni concetti del suo intervento di sabato 20 settembre “Abitare la città nei pressi del Sacro”, ci racconta come gli spazi del Sacro diventino dei punti di riferimento per i nuovi arrivati in città, i quali decidono di stanziarsi nei pressi di essi; è proprio in questi luoghi che è possibile trovare persone che condividono non solo il credo religioso, ma in modo particolare riti e pratiche culturali che contrastano il senso di alienazione che può nascere nei confronti della cultura della comunità accogliente.
Ciò che Traversari vuole sottolineare in questa intervista e nel suo intervento al festival è la dimensione culturale dell’organizzazione dello spazio cittadino, ovvero quella dimensione immaginativa, esistenziale, storica, strettamente connessa alle pratiche simboliche.
Il titolo del suo intervento al festival è “Abitare la città nei pressi del Sacro”: può spiegarne il significato? In cosa consiste lo spazio del Sacro?
Le migrazioni generate dalla globalizzazione non sono solo migrazioni di merci e corpi, ma sono anche migrazioni di idee, visioni del mondo, prospettive e pratiche: pratiche quotidiane che da una parte sono relative alla soddisfazione dei bisogni primari, dall’altra sono una grandissima quantità di pratiche simboliche. Le pratiche simboliche vanno dal cucinare un cibo in un certo modo, fino alle pratiche religiose, politiche, ideologiche.

Nel momento in cui avviene questo spostamento di gruppi umani, nel luogo dove si stanziano, dove si fermano, si creano anche delle riproduzioni di queste pratiche religiose, quelle su cui mi concentrerò nel mio intervento al festival. Quest’ultime sono parte delle pratiche simboliche, che devono confrontarsi con la presenza di altre pratiche, quelle di un territorio segnato storicamente da grandi religioni monoteiste: nasce quindi la necessità di un confronto continuo con questa realtà, anche per poi implementare le proprie pratiche religiose e simboliche. Questo crea un’ulteriore differenza sul territorio, tenendo conto che anche gli spazi sacri, generati all’interno della religione, hanno già varie differenziazioni. Pensiamo, per esempio, al mondo cristiano: in città come Monza, Varese, Milano, ci sono la Chiesa Protestante, la Chiesa Evangelica, i Valdesi, i Cattolici, tra i quali ci sono altre suddivisioni, come i Testimoni di Geova.
Già prima dell’arrivo delle migrazioni c’erano degli spazi del Sacro, spazi sacri già definiti e con queste migrazioni, che proseguono da ormai da 50 anni, se ne sono creati altri.
La parola Sacro: secondo l’antropologo e sociologo Durkheim, colui che ha lavorato di più sulla religione a partire dal testo “Le forme elementari della vita religiosa”, testo cardine per comprendere le dinamiche religiose, ciò che caratterizza una pratica simbolica di tipo religioso è l’esistenza di un’organizzazione dello spazio in sacro e profano, più che il discorso di una serie di credenze legate al soprannaturale. Infatti, se noi pensiamo al Buddismo, non c’è un’attenzione, una sottolineatura di uno spazio soprannaturale, però esiste uno spazio sacro. Lo spazio sacro può essere il tempio dove si va a recitare, oppure una tendenza buddiste come la Soka Gakkai, o ancora il pregare davanti a un gohonzon; ciò che caratterizza una pratica religiosa è la definizione di un luogo sacro nello spazio. Esso si differenzia dal profano, ha un valore simbolico atemporale e astorico (così è percepito dai credenti), e dentro o intorno a esso si aggregano i gruppi sociali con credenze comuni. Aggiungo che questo spazio sacro serve anche a mantenere l’unità del gruppo al di là della credenza professata.
Come questi nuovi spazi sacri sono collocati dentro lo spazio urbano? Io mi sono concentrato, e mi concentro sulla Lombardia. Ci sono casi di integrazioni, di spazi sacri differenziati che convivono con successo, nel senso che il migrante, che proviene da un’altra cultura, è riuscito a riprodurre uno spazio senza difficoltà; in altri casi, soprattutto in passato, si sono creati dei problemi, perché la dimensione religiosa è sempre collegata alla dimensione politica, e ci sono stati degli attriti che a livello mediatico, sottolineo, prendono la forma di accesi dibattiti riguardanti, per esempio, la realizzazione di una moschea. Questo è un esempio, ma non è il punto centrale della gestione del Sacro, dei nuovi spazi del Sacro che si creano all’interno della città.
C’è un secondo punto: noi adesso abbiamo visto il Sacro dall’esterno, ma c’è anche la questione della gestione del Sacro da parte di colui che migra e che arriva da un’altra società. Lo spazio del Sacro in una nuova società in cui si approda per motivi di lavoro o familiari è anche lo spazio in cui si può venire a ricomporre quel fenomeno che vive colui che si sposta nello spazio, che è detto della doppia assenza, studiato da alcuni sociologi come Bourdieu. Quel luogo in cui si arriva è il luogo in cui si ricompone l’identità culturale, ci si ricompone in uno spazio che non è proprio. Cosa vuol dire identità culturale? Significa il senso di appartenenza a un gruppo a partire da una lingua, da una storia o da una dimensione religiosa comune. Questi spazi sacri possono essere un luogo in cui ci si ritrova e ci si riconosce, non ci si sente assenti sul territorio perché ci sono altre persone che condividono la religione.
nei processi migratori uno dei motivi che determina la scelta del territorio dove stanziarsi, oltre alle opportunità di lavoro è la presenza di un luogo di culto
Doppia assenza perché ci si può trovare estranei nel contesto dove si va a vivere. Ad esempio, vado a vivere a Como e mi sento estraneo perché vengo dalla cultura degli evangelici della Bolivia. Allo stesso tempo potrei trovarmi estraneo anche quando ritorno dal luogo dove ho migrato, in quanto non riconosco più le abitudini, alcune forme di comportamento degli autoctoni che ho lasciato in passato. Faccio un altro esempio: io, come migrante, migro e vado a Parigi, una città dove, soprattutto la prima generazione, è completamente estranea alla mia cultura; supponiamo di provenire dall’Algeria, vivo un’assenza e un’estraneità nei confronti della cultura francese. Poi però cresco in questa cultura, lavoro: torno in Algeria e lì comincio a riconoscere quelle che erano le abitudini della cultura in cui sono nato.
Da qui, ecco il concetto di doppia assenza. Eppure c’è un punto che, sia quando ritorno da dove vengo, sia dove vado, può ricomporre questa doppia assenza, che mi fa sentire comunque appartenente a qualcosa e qualcuno che va al di là dei luoghi, che sia l’Algeria, Parigi, Marsiglia o altri. Questo punto è lo spazio sacro della credenza condivisa. Nel mio intervento mi muoverò su questa linea.

Un punto fondamentale su cui verterà il suo intervento è l’organizzazione dello spazio del Sacro: lo spazio del Sacro condiziona la distribuzione dei fedeli nel territorio?
Certo, perché è chiaro che in una metropoli avrò più facilmente accesso a diversi luoghi di culto: nelle città, nelle aree metropolitane come Napoli, Roma, Milano, è più facile trovare la moschea, il centro evangelico, la chiesa ortodossa. Addirittura si può trovare la chiesa ortodossa ucraina o russa, nate in seguito allo scisma del 2016.
Di conseguenza, nei processi migratori uno dei motivi che determina la scelta del territorio dove stanziarsi, oltre alle opportunità di lavoro (è chiaro che un’area come Brescia, Bergamo e Monza attiri di più di Fermo o Pescara per la maggior disponibilità di lavoro), è la presenza di un luogo di culto. Questo fattore non è importante solo per un fanatico, che deve necessariamente andare dove c’è la moschea: io migrante vado in un posto dove, attraverso una ritualità, trovo un riconoscimento di identità e non mi sento sradicato. A partire anche dalla definizione del teologo Guardini, il rito è una pratica priva di scopo ma ricca di senso: è in esso che trovo il senso dell’appartenenza, prima ancora della credenza in un’entità.
Teniamo conto che delle volte le moschee sono in periferia, dove c’è una maggiore quantità di migranti, provenienti per esempio dall’area del Maghreb, che si stanziano fuori dal centro perché la locazione o l’acquisto di un appartamento costano meno rispetto al centro città. C’è una circolarità tra dimensione economica, dimensione religiosa e dimensione etnica che va a definire gli spazi territoriali.
Il rito è una pratica priva di scopo ma ricca di senso: è in esso che trovo il senso dell’appartenenza, prima ancora della credenza in un’entità
E come agiscono le persone nell’organizzazione e nella presenza di tali spazi?
Agiscono perché questi spazi non sono solo luoghi di pratica, di credenza, ma sono anche luoghi di solidarietà, per cui il portavoce della comunità spesso fornisce degli aiuti più immediati, più diretti alle persone appartenenti a quella comunità etnica, anche solo a livello di informazioni. In questo modo le persone della comunità etnica hanno scambi di informazioni e di conoscenza, pensiamo ad esempio alle collaboratrici familiari ucraine frequentanti una chiesa ortodossa ucraina. All’inizio avevano i parchi: a Milano, Brescia c’erano dei parchi, soprannominati Gorky Parks, in cui si incontravano. Sto parlando della sezione ucraina, perchè è quella che conosco meglio. Poi però per i parchi subentrano delle interdizioni, perché il parco non può diventare un luogo sacro. Ecco che la chiesa ortodossa resta il punto di scambio di informazioni, di socializzazione, di racconti (anche rispetto a quello che accade).
Come ha appena detto e anticipato nella descrizione dell’evento, la creazione di un nuovo luogo di culto da parte di migranti può generare dei conflitti con la comunità autoctona, appartenente per la maggior parte a una diversa cultura e credo religioso. Può farci degli esempi di tali conflitti?
Sì, al di là dei discorsi politici, può generare dei conflitti anche dalla parte di autoctoni. Abbiamo detto che il luogo sacro diventa anche il luogo dello scambio di informazioni, di costruzione di legami e può diventare un luogo di genesi di situazioni conflittuali anche molto gravi, come purtroppo è successo, per esempio, durante il caso delle inchieste fatte dalla magistratura milanese su viale Jenner a Milano, dove c’era la moschea. Tuttavia, sono fenomeni molto minoritari; talvolta, possono accadere anche problemi interni di gestione. Faccio un altro esempio su viale Jenner a Milano: uno dei portavoci che lo gestiva fu al centro del caso Abu Omar, ma la faccenda durò poco, perché in fin dei conti la maggior parte delle comunità cercano un solido appoggio ai margini del sacro, del luogo sacro proprio urbano.
Del resto, le medesime funzioni furono assunte dalle chiese cattoliche, dalle parrocchie, appena dopo la seconda guerra mondiale.
Se oggi una famiglia a Milano, Monza, Brescia, vuole trovare un posto dove portare il pomeriggio il figlio a fargli fare delle attività, a giocare a pallone, l’unico posto che ha sono gli oratori. È la stessa funzione. Addirittura, negli oratori lombardi sono moltissimi i ragazzini di matrice musulmana, accolti benissimo, che vanno a giocare a pallone: ecco che il luogo di accesso al Sacro è spesso un luogo di ricreazione, di socializzazione.

Esistono quindi esempi di convivenza pacifica, e anzi, di inclusione, partecipazione e cooperazione nelle vite delle diverse comunità?
Negli oratori, per esempio. Le parrocchie delle grandi città in molti casi aprono i loro spazi a membri di diverse comunità e non per fare proselitismo: questi spazi diventano luoghi di riunione, di incontro, soprattutto per quanto riguarda la dimensione educativa. Faccio un esempio: ho un’esperienza di studio ad Ancona, dove una parrocchia, nell’unico quartiere dove c’era presenza di migranti, il quartiere Piano, gestita dai salesiani, apriva dei corsi pomeridiani e le loro strutture sportive a tutti i musulmani e agli ortodossi che vivevano nella zona. Ovviamente queste pratiche educative erano offerte senza chiedere nessun atto di fede. Questi esempi sono moltissimi e soprattutto nascono all’interno della comunità cattolica.
Il luogo sacro diventa anche il luogo dello scambio di informazioni, di costruzione di legami e può diventare un luogo di genesi di situazioni conflittuali anche molto gravi
In conclusione, quali vantaggi offre una lettura antropologica di un fenomeno legato allo spazio urbano?
Una lettura antropologica dà il vantaggio di leggere la realtà in una dimensione non solo economica: purtroppo oggi, quando si parla di spazio urbano, esiste una narrazione e una retorica prevalentemente di tipo economico, per cui, quando si parla per esempio dello sviluppo di grattacieli a Milano, si inseriscono sempre dentro discorsi legati alla rendita catastale, alla rendita territoriale e a tutto quello che ci ruota intorno. Ma l’organizzazione dello spazio, oltre che un’organizzazione di tipo economico, è anche (e io penso come antropologo) in modo parallelo di tipo culturale. Lo spazio, il paesaggio, sono una rete di significati costanti che vengono negoziati tra le comunità, tra le persone, dentro le memorie pubbliche: costruire un grattacielo invece di una cattedrale è una cosa completamente diversa, non solo per l’aspetto architettonico, ma proprio per quanto riguarda la rete simbolica, che è la cultura in cui si vive.
Faccio un esempio preso da un altro campo che ha a che fare con il simbolico e con l’ideologico. Esistono in Italia dei centri sociali, sto pensando a CasaPound a Roma o al Leoncavallo a Milano: il problema nasce quando vengono sgomberati o si vogliono sgomberare. Adesso, per esempio, hanno sgomberato il Leoncavallo, e solitamente, quando vogliono sgomberare questi centri, i motivi dichiarati fanno riferimento a una vendita, o alla presenza di proprietari. Tuttavia, questi spazi producono, o producevano, anche una serie di reti di significati simbolici. Penso da una parte ai centri sociali romani, non riferendomi alla destra radicale, dove esiste una sottolineatura dei concetti di tradizione, di un certo tipo di cultura che è sempre stata minoritaria in Italia. Il centro sociale Leoncavallo è stato un luogo di spazi di produzione culturale molto ampia. Negli anni ‘80 chi voleva fare un piccolo gruppo musicale o fare un’attività artistica, solo lì, in questi centri, trovava uno spazio gratuito, dove poi sono nati fenomeni culturali molto complessi.
Per cui, lo spazio è fondamentale per l’antropologia; si pensa sempre all’antropologo come una persona con l’elmetto che va nella giungla, che va nella Selva Lacandona in Messico, che va in Amazzonia, a studiare queste popolazioni per noi strane o esotiche. Oggi l’antropologia è diventata un’antropologia dell’urbano, della città, sottolineando sempre la dimensione culturale; la dimensione di senso è anche esistenziale nella produzione della propria esistenza. L’antropologia è fondamentale anche perché i significati culturali di cui si parla non sono questioni psicologiche, emotive, ma sono strutture che vanno al di là dell’individuo e che lo muovono nel suo agire quotidiano insieme alla sua dimensione psicologica.


















































