di Giovanni Gulisano
In questa intervista Claudio Pomo, attivista impegnato fin dagli anni ’90 nella difesa dei diritti degli animali, ci parla di battaglie portate avanti con l’associazione Essere Animali e del delicato dialogo con le istituzioni, che se condotto pazientemente, può portare con successo all’applicazione di buone pratiche che possano migliorare le condizioni degli animali e un più armonico funzionamento delle nostre società.
Di questi temi ci parlerà al Festival delle Geografie in “Apriti al sesamo”, in cui, in dialogo con Grazia Nessi, cercherà di dimostrarci che replicare azioni antispeciste in ogni contesto è possibile e auspicabile.

Come dovrebbe essere una città per essere considerata antispecista e vegana? Quali sono gli impegni che possono mettere in pratica i suoi abitanti e i suoi apparati amministrativi per cambiarla?

Claudio Pomo

Innanzitutto penso che vadano separati questi due grossi temi, l’antispecismo e il veganismo appunto, che seppur legati vanno distinti. Il primo è il cappello filosofico che guida le scelte e le azioni e che stabilisce un rapporto radicalmente differente con gli altri animali, mentre il secondo è una scelta sull’alimentazione che è immediata e concreta e che riguarda di cosa si nutrono i cittadini.
Partire da qualcosa di pragmatico è sempre il modo migliore per avvicinarsi a una visione minimamente simile a quella città ideale di cui mi hai appena chiesto, perché consente di riscontrare nell’immediato i risultati che si possono ottenere.
Le città possono fare un grosso lavoro su entrambi i temi: sul tema dell’alimentazione possono fare interventi mirati sulle mense pubbliche, oltre che con le scuole, e piani di sensibilizzazione e formazione dei cittadini rispetto a un’alimentazione più sana e sostenibile, che sappiamo essere quella vegetale. Ci sono tante modalità di intervento. Dall’altra, sull’idea di antispecismo, noi ci concentriamo di più sulla questione degli animali allevati dal sistema alimentare. 

Le province più che le città, in questo caso, hanno la facoltà di avanzare delle mozioni come, ad esempio, contrastare l’ampliamento di allevamenti o l’apertura di nuovi impianti. Si può lavorare per mettere delle limitazioni, ci sono già alcuni precedenti, anche se ancora pochi purtroppo, ed è importante evidenziare e sostenere i risultati raggiunti fino ad oggi. Per esempio, l’Emilia-Romagna qualche anno fa si era mossa per il divieto d’uso delle gabbie, che è da sempre una delle grandi battaglie del movimento animalista, ovviamente è rimasta sulla carta perché a livello ministeriale e nazionale ne è stata impedita l’applicazione, ma rimane comunque una presa di posizione importante.

Ci sono vari modi con cui si possono portare avanti i temi e le relative battaglie, con le mozioni comunali, provinciali e regionali si può cercare di influenzare la politica nazionale. 

Anche uscendo dall’ambito degli allevamenti ci sono tanti interventi che le città possono attuare in un’ottica più antispecista: il rapporto con gli animali selvatici, che di solito vengono sterminati; si possono vietare i fuochi d’artificio; si può decidere di sostenere i canili e rifugi dove gli animali non vengono visti come pura fonte di reddito e di profitto, si può fare qualcosa contro i circhi che sfruttano ancora gli animali.

Le città possono essere i motori del cambiamento ed è importante la sensibilizzazione dei cittadini. Si pensa che lo sfruttamento avvenga in campagna e in parte è vero, ma all’interno delle città si può lavorare per esempio con le scuole promuovendo programmi educativi e un’alimentazione più sana.

Anche a livello internazionale ci sono esempi di ospedali che hanno introdotto un menù completamente vegetale, in un ospedale di New York sono stati visti dei risultati molto positivi sulla salute dei pazienti che hanno seguito questa tipologia di dieta.

È possibile che in alcuni luoghi come, per esempio, le grandi metropoli più internazionalizzate sia più semplice adottare una dieta vegana piuttosto che nei contesti rurali italiani?

Sicuramente in certe zone è più facile seguire questo tipo di dieta, al contempo penso si debba sfatare l’idea che il vegano cerchi per forza cose strane: la maggior parte dei vegani mangia cose che si trovano ovunque. 

Poi è ovvio che alcune città fanno la differenza in termini di mentalità, come offerta, come possibilità a disposizione. 

Da alcuni sondaggi che abbiamo fatto su chi vuole intraprendere una scelta alimentare vegana abbiamo visto più volte che ciò che frena spesso non è il non trovare le proteine o altro, ma è la vita quotidiana fuori casa, sul posto di lavoro, in mensa, al ristorante con gli amici. Sicuramente fa parte dei nostri progetti lavorare con le aziende affinché implementino offerte vegetali nelle loro catene di ristoranti, in modo da rendere più facili alcuni aspetti della vita quotidiana per chi intraprende questa strada. 

Immagine di Lauris Rozentāls

Si può ipotizzare che nelle zone rurali ci sia un impedimento dovuto anche al fatto che l’allevamento sia effettivamente una fonte di reddito e sussistenza per molti?

Sicuramente è vero, poi comunque dobbiamo renderci conto che i vegani mangiano i prodotti dell’agricoltura, in realtà supporterebbero queste attività se spostassero il loro focus dai prodotti di origine animale a quelli esclusivamente vegetali e delle coltivazioni. Spesso chi alleva coltiva anche, quindi potrebbe ragionare su una transizione graduale, che non porti al fallimento ma a un passaggio di modalità produttive, per noi non è assolutamente un conflitto, piuttosto un invito a una transizione progressiva. 

Come è cambiato il dialogo tra Essere Animali e la cittadinanza e le istituzioni nell’arco di quindici anni?

Sicuramente si è evoluto molto. Abbiamo iniziato diffondendo le primissime immagini in Italia provenienti da dentro gli allevamenti intensivi e i cittadini non sapevano nulla di quelle realtà, all’inizio non ci credeva nessuno. In questi quindici anni abbiamo fatto il primo passo fondamentale verso la consapevolezza. La condizione degli animali all’interno degli allevamenti italiani penso sia assodata. La controparte nega, ma la maggior parte della società ha individuato il problema e noi in questi anni abbiamo acceso i riflettori su di esso. È oggi un tema di cui si parla tanto, mentre quindici anni fa ne parlavamo solo internamente e ci occupavamo principalmente di sperimentazione, pellicce e circhi. 

Ad oggi abbiamo spostato la maggior parte delle energie sul tema dell’alimentazione, abbiamo aperto un dialogo con i media e con la politica. Ovviamente con una certa parte politica, con il governo attuale c’è un muro, però dopo un lungo periodo di disinteresse, ora si è aperto un canale. Nel 2025 non si può far finta che gli allevamenti intensivi non siano un problema e questo secondo me è un risultato, poi da lì si parte per provare a risolvere il problema.

Sempre a proposito di dialogo, mi chiedevo se ci sia stata attraverso i nuovi media, oltre che una maggiore consapevolezza anche un violento contraccolpo nei confronti di questi temi? Mi vengono in mente gli insulti sui social nei commenti dei profili degli attivisti e delle pagine vegane.

È un problema vasto: i social aumentano la polarizzazione e annientano le sfumature, ci sono delle vie di incontro che i social, per come funzionano, ostacolano. Sui social sembra che tutto vada male: risaltano spesso e fanno più rumore gli haters e non le persone che silenziosamente condividono le cause e sono d’accordo. 

Le resistenze e l’effetto branco ci saranno sempre, ma gli va dato un peso relativo: magari chi mi mette la foto di una bistecca nei commenti al post vegano, dal vivo è poi qualcuno con cui si potrebbe iniziare a ragionare, non lo convinceremmo forse, ma senza dubbio de visu ci sarebbe uno scambio più produttivo. 

Immagine di Tom Fisk

Qual è un grande obiettivo che si pone Essere Animali per i prossimi dieci anni?

Se parli del medio termine, una decina di anni, posso dirti che l’obiettivo punta al lavoro che stiamo facendo a livello europeo con la rete di associazioni con cui vogliamo cambiare completamente certi termini della legislazione europea sugli animali trasportati e macellati. Vogliamo vedere la fine delle gabbie e la fine degli animali da pelliccia, questo tema sarà in discussione a marzo dell’anno prossimo e la commissione europea dovrà esprimersi. Vorremmo vedere la fine di pratiche lesive come le mutilazioni che oggi vengono fatte legalmente senza anestesia, vorremmo la fine dei trasporti su lunga distanza. In dieci anni penso che potremmo assistere a questi grandi cambiamenti che sono utili per ridurre le sofferenze degli animali. 

Vorremmo le mense delle università con cui stiamo lavorando al 50% vegetali. Infine, sicuramente una diminuzione del consumo di animali. In Europa si è già abbassato il consumo però si mangiano più animali piccoli e il numero di polli sta aumentando, auspichiamo una diminuzione del consumo di pollo e di pesce, un’inversione di tendenza verso un sistema alimentare prevalentemente vegetale.

Possiamo essere ottimisti in un’ottica di nuove azioni di miglioramento delle condizioni proposte dagli enti locali?

Sì è possibile ed è uno dei lavori che stiamo iniziando a fare adesso con alcuni Comuni, per ora pochi, per iniziare un progetto in rete con altre associazioni. L’obiettivo è impegnare i Comuni a partire dall’abolizione delle gabbie e all’introduzione di moratorie sui nuovi allevamenti. 

Con una rete di oltre 300 associazioni portiamo avanti un lavoro a livello europeo. È un lavoro immenso ma riuscire ad ottenere una direttiva europea è fondamentale anche perché l’Europa è vista a livello mondiale come il riferimento su tante politiche di questo tipo. 

Per concludere, ti ricordi il momento in cui hai deciso di intraprendere la scelta di essere vegano? Quando e in che contesto è successo? 

Io sono diventato prima vegetariano e poi vegano ed è successo grazie alla musica punk e hardcore, quando avevo 16 anni, tanto tempo fa ormai all’inizio degli anni ‘90. La scena punk è un movimento politico legato a tutte le sottoculture, magari politicamente di visione più anarchica, ma è anche un movimento che dà molta importanza ed enfasi alle scelte individuali e tra queste anche quella vegetariana. Nel movimento a metà anni ‘80 circa si parlava generalmente di “vegetarianesimo”, la scelta vegana invece ha preso piede negli anni ‘90 attraverso la cultura straight edge e grazie a molti gruppi che hanno portato l’idea del “io posso scegliere, io posso avere un’azione nel mondo”. Chi vive il punk lotta contro le ingiustizie, quindi non è strano che si schieri anche contro lo sfruttamento animale. Tanti attivisti fondatori di associazioni a livello europeo vengono dal punk, c’è una grossa rete europea che ha iniziato da lì. Il punk nasce anche con la cultura del DIY (Do It Yourself), quindi chi fa parte del movimento organizza concerti, produce fanzine e flyer, e queste azioni dal basso sono anche le basi dell’attivismo stesso, in un certo senso per diventare attivista prima ho fatto scuola con il punk.